LA BIBBIA
INSEGNA...
Fatti di
cronaca recenti dovrebbero far riflettere seriamente tutti quelli che hanno a
cuore l’educazione dei giovani. Di fronte a certi comportamenti dovremmo
chiederci se aiutiamo davvero le nuove generazioni ad affrontare la vita reale
o se invece le lasciamo crescere in modo selvaggio, guidate solo dall’istinto
che si presenta sotto la maschera della libertà.
Non posso e non
voglio giudicare i protagonisti del dramma che ha spinto una ragazzina a
gettarsi dalla finestra non riuscendo più a sopportare gli atti di bullismo di
cui era vittima. Mi auguro che la famiglia, come la scuola, abbiano fatto tutto
il possibile per aiutare la ragazza ad inserirsi nella società.
Non spetta a me
dare giudizi sulle responsabilità delle persone. Però penso che sia doveroso
riconoscere che il gesto disperato denuncia il fallimento di un’educazione che
non ha saputo preparare i giovani ad affrontare la vita reale. Non ha preparato
la vittima a reagire ai soprusi, come non ha educato i bulli a rispettare i
deboli. Anzi ha coltivato ed esaltato la violenza elevandola alla dignità di
virtù fino ad arrivare al disprezzo di chi non può o non vuole usare i muscoli
per far valere i propri diritti.
Nel post
precedente avevo commentato con soddisfazione le dichiarazioni di un campione
dello sci a proposito dell’educazione severa che aveva ricevuto e alla quale
attribuiva i successi ottenuti. Era così convinto della validità del metodo
educativo usato nei suoi confronti che continuava ancora a cercare nelle critiche
e nei rimproveri gli stimoli per un miglioramento delle sue prestazioni.
Avevo rilevato
uno stretto legame con uno dei testi della Bibbia (Siracide 4,13-14) che
si riferiscono all’educazione nell’ambito familiare, come usava nel mondo
antico dove le scuole erano riservate a pochi.
Nello stesso
libro si ritorna sul tema nel cap. 30 con espressioni che oggi sembrano
inaccettabili. Amore e frusta giustamente ci sembrano incompatibili. Però il
rifiuto delle punizioni fisiche è andato di pari passo con l’eliminazione di
tutto ciò che può sembrare gravoso per i figli che devono essere accontentati
nel soddisfare i loro capricci. Si ammette l’eccezione solo nel caso in cui non
vogliano sottostare ai dettami imposti dalle mode correnti. Penso che tutti
abbiamo assistito a scene in cui le mamme, per non sembrare arretrate,
insistevano perché il figlioletto facesse qualcosa di assolutamente superfluo e
per cui il pargoletto non dimostrava il minimo interesse.
Anche a costo
di far inorridire qualcuno, invito a riflettere sul significato e sul valore
che avevano esortazioni come queste in un mondo organizzato con criteri di
violenza: “Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta per lui, per
gioire di lui alla fine… Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio…
Chi accarezza un figlio ne fascerà poi le ferite, a ogni grido il suo cuore
sarà sconvolto… Vezzeggia il figlio ed egli ti riserverà delle sorprese… Non
concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi errori…” (Siracide
30,1-13)
La preoccupazione
di evitare al figlio una morte violenta non era un’esagerazione per
giustificare i castighi severi, visto che Deuteronomio 21,18 prevedeva
la lapidazione per i figli caparbi e ribelli. In quei tempi lontani certamente
non veniva intesa come una battuta di spirito l’affermazione: “se lo percuoti
con il bastone non morirà” (Proverbi 23,13). Anche se noi la
interpretiamo come espressione di sadismo, non era altro che una presa di
coscienza di fronte alla cruda realtà della vita quotidiana che il figlio
avrebbe dovuto affrontare.
Sono passati
molti anni da quei secoli lontani che continuiamo a considerare selvaggi
confrontati con la civiltà che pensiamo di aver costruito. Ma la realtà è
diversa da quella dei nostri sogni. Basta leggere certi fatti di cronaca senza
pregiudizi culturali per rendersi conto che, a parte una maggiore sensibilità
di fronte ai comportamenti, poco è cambiato nelle manifestazioni di violenza
che continuano a scandire in modo drammatico le nostre giornate.
Episodi di
violenza sia all’interno delle famiglie che nelle scuole, che vedono
protagonisti proprio quelli che dovrebbero essere gli educatori (gli ultimi
sono di queste ore – 4 febbraio 2016 – le maestre di un asilo-nido), provocano
l’indignazione generale che spinge inconsciamente ad identificare la severità
con i metodi violenti denunciati.
A questo punto
è inevitabile che ci si senta in dovere di condannare in modo netto
un’educazione considerata repressiva solo perché cerca di mettere dei limiti ad
una libertà sfrenata. Il rifiuto dei metodi di costrizione fisica si trasforma
così nel rifiuto delle stesse motivazioni che invece dovrebbero guidare ogni
educatore. In altri termini, rifiutare frusta e bastone non significa eliminare
ogni controllo di quella violenza che, con buona pace di tanti pedagogisti
all’avanguardia, continua ad essere così radicata anche nelle nuove generazioni.
È questa la
lezione presente in tutta la Bibbia che può essere letta come la storia dei
tentativi faticosi compiuti dall’umanità per diventare davvero libera di
realizzare il sogno di felicità che l’ha sempre animata. Gli autori biblici interpretano
gli eventi drammatici che hanno contrassegnato le vicende umane come interventi
severi di un padre che vuole portare i figli ad essere i protagonisti
responsabili della propria vita.
Questo concetto
è espresso nella Lettera agli Ebrei (12,4-11) per incoraggiare i cristiani in
un momento difficile, rassicurandoli che si tratta di una prova che produrrà “un
frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati”
(12,11).
Ma nella Bibbia
c’è anche qualcuno che ha fatto un passo avanti e che ha avuto il coraggio di
affermare che solo condividendo il punto di vista di Dio sull’uomo si ha la
possibilità di realizzare quel mondo che tutti sogniamo e che rincorriamo su
strade sbagliate: è Geremia. Il linguaggio con cui questo profeta (31,31-34)
trasmette il suo messaggio è chiaramente derivato da una cultura e da un’epoca
particolare in cui aveva senso parlare di alleanza con Dio, di peccato e di
perdono oppure di circoncisione riferita al cuore (4,4).
Il messaggio
della Bibbia in fondo è proprio questo: un’educazione esigente è un valore
irrinunciabile per la crescita dell’umanità verso quella libertà responsabile
che è parte integrante del progetto di Dio. È solo un abbozzo della risposta ad
un problema angosciante che torna a proporsi ad ogni generazione: come essere
felici? L’esperienza da cui nasce la Bibbia vuole rassicurarci che è possibile realizzare
questo sogno ma come frutto di un impegno costante che richiede rinunce e
fatiche.
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