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Scuola on line: Introduzione allo studio della Bibbia

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

Gli insegnamenti di Don Giovanni Boggio (Biblista)

sabato 5 luglio 2014

RITROVATE LE MURA DI GERICO (2)

RITROVATE LE MURA DI GERICO (2) … e veniamo a Gerico. Se proviamo a leggere il racconto del libro di Giosuè tenendo conto delle osservazioni fatte, avremo la sorpresa di trovarci di fronte ad un racconto assolutamente verosimile, tanto da essere tentati di catalogarlo addirittura tra i racconti strettamente storici, cioè che riportano i fatti esattamente come si sono svolti. Precisiamo subito che nel libro di Giosuè il termine chomah ricorre quattro volte (in 2,15 due volte; 6,5.20)...

giovedì 26 giugno 2014

LE MURA DI GERICO - 1

RITROVATE LE MURA DI GERICO (1) Il metodo degli “scavi” in presa diretta. Il mio invito (nel post precedente) a “scavare nei dizionari” piuttosto che sotto la sabbia ha meravigliato qualche lettore, convinto che si conoscesse tutto su quello che riguarda il testo biblico. Ho voluto mettermi a “scavare” io stesso anche per far vedere in atto come si procede in questo tipo di ricerche...

mercoledì 11 giugno 2014

LEGGERE LA BIBBIA

LEGGETE LA BIBBIA, PER FAVORE! È passato poco più di un mese dalla pubblicazione su Repubblica dell’articolo che negava la storicità della Bibbia (29 aprile) e il giornale romano ritorna sul tema con un commento di Guido Ceronetti (29 maggio). Non so se i responsabili del quotidiano abbiano voluto fare un passo indietro nei confronti del primo articolo, consapevoli di aver pubblicato una bufala...

sabato 24 maggio 2014

ARCHEOLOGIA

L'ARCHEOLOGIA: NON È UNA SCIENZA ESATTA L’archeologia si potrebbe definire “l’arte di far parlare le pietre” che, come ben si sa, non hanno parole proprie anche se ne fanno dire molte, e colorite, a chi vi ci inciampa o a chi ne arriva una sulla testa. Agli archeologi spetta il compito non semplice di raccontare con parole proprie l’origine, le avventure liete o tristi e la fine di oggetti inanimati attorno ai quali si sono svolte le vicende di uomini vissuti prima di noi, a volte anche alcuni millenni. È un’impresa piuttosto ardua, soprattutto in mancanza di altri documenti in grado di fornire qualche coordinata complementare che permetta di ricostruire l’ambiente di cui quelle pietre facevano parte. Questa difficoltà oggettiva di identificazione di molti reperti archeologici è ampiamente dimostrata dai pareri spesso contrastanti degli studiosi della materia. Se si aggiungono poi altre difficoltà derivanti dalla scuole di provenienza, dalle rivalità (non infrequenti) tra archeologi o università, e non ultimo da ideologie o tesi che si vogliono dimostrare o smentire, si vede come l’archeologia appartenga più al gruppo delle materie opinabili che non a quello delle materie scientifiche, cioè “dimostrabili”. Con questo non voglio affatto sminuire l’importanza delle ricerche, grazie alle quali abbiamo la possibilità di conoscere molto della vita che si svolgeva nei secoli passati. Senza gli archeologi saremmo privi di una quantità incredibile di conoscenze che ci permettono di dare spessore e di renderci visivamente presenti luoghi, personaggi e abitudini di cui ci parlano i testi scritti. L’integrazione tra i dati forniti dalle due discipline è necessaria per avere una visione più realistica di un passato che spesso sembra essere l’anticipazione di quanto accade anche ai nostri giorni. Ed è questo forse l’aspetto più importante del nostro interesse per avvenimenti lontani nel tempo ma con agganci molteplici che permettono di capire meglio la vita contemporanea. Ma questo ultimo aspetto può diventare un ulteriore elemento di debolezza per la ricerca archeologica. L’interesse per il presente può a volte prevalere nell’identificazione di particolari che possono essere suscettibili di interpretazioni differenti e contrastanti. In altri termini, c’è il pericolo che la parola data a pietre mute corrisponda più a quanto lo studioso vuole che dicano che non a quanto siano in grado di dire da se stesse. Il pericolo si chiama “ideologia”, da sostenere o da demolire. L’ultimo esempio, in ordine di tempo, di una lettura “ideologica” di ritrovamenti archeologici è dato dall’articolo di Repubblica a cui mi sono riferito. Non parlo dell’ideologia che ha guidato la giornalista a presentare come uno scoop qualcosa vecchio di quindici anni, né dei motivi che hanno spinto il quotidiano a pubblicarlo. Mi rifaccio a quanto dichiarato dall’archeologo Herzog che accusa apertamente altri colleghi precedenti di aver compiuto ricerche con lo scopo preciso di “dimostrare” con le pietre la verità di una loro idea politica. Sia ben chiaro che anch’io condivido questa accusa (come ho scritto con un po’ di ironia in post precedenti), ma mi pare sia lecito chiedersi se anche le ricerche condotte oggi non siano guidate da idee opposte per estorcere dalle pietre mute quelle risposte che si desidera ottenere. E che rispondono a problemi di oggi e non a quelli di duemila anni fa. È troppo facile, e ingeneroso verso gli archeologi seri (ce ne sono, ce ne sono…), fare ricorso alle innumerevoli “bufale archeologiche” di cui è disseminata la storia, a partire già dall’antichità, ben prima del famigerato e deprecato medioevo, per arrivare ai giorni nostri. Basta una veloce navigazione nella rete per avere una documentazione abbondante e convincente di quante cantonate e addirittura di quanti imbrogli autentici sia disseminata la storia di questa materia che è indubbiamente piena di fascino e di suggestioni. Basta pensare ai romanzi e ai film ispirati al mistero che arriva a coinvolgere extraterrestri, situazioni assurde presentate a volte sotto l’etichetta di ricerche svolte sotto l’egida di Università o di comitati scientifici non meglio identificati, cioè UFO! Per le notizie riguardanti i ritrovamenti dei resti dell’arca di Noè, la stampa internazionale ha riservato i mesi estivi, forse per ravvivare l’interesse dei lettori in un periodo pieno di noia. Un’altra “arca” di grande interesse è quella dell’alleanza, custodita in Etiopia così segretamente che nessuno l’ha mai vista. La Bibbia scrive che “non se parlerà più… nessuno ci penserà né se ne ricorderà; essa non sarà rimpianta né rifatta” (libro di Geremia 3,16). E qui sì, che la Bibbia ha sbagliato di grosso, visto l’interesse che invece l’arca continua a suscitare nei nostri contemporanei. Però è lecito chiedersi se, anche in questo caso, sia la Bibbia a sbagliare o non piuttosto i suoi lettori superficiali. Senza parlare del santo Graal con tutte le leggende che gli sono fiorite intorno, e si potrebbe continuare. Ma ritornando all’archeologia che pretende di essere “seria”, dopo la seconda guerra mondiale ha suscitato molto scalpore e destato entusiasmi nei circoli religiosi più tradizionalisti un libro dal titolo molto promettente “La Bibbia aveva ragione”. I frammenti di muro, i cocci di ceramica varia che avrebbero dovuto dare ragione alla Bibbia, “letti” da altri studiosi raccontavano altre storie che nulla avevano in comune con quelle presenti nei libri sacri. “E allora? Dopo la polemica che hai iniziato contro l’articolo incriminato che nega la verità storica della Bibbia, adesso finisci con dire le stesse cose?” potrebbe forse obiettare qualcuno. E no, rispondo io. Fossero anche le stesse cose, le ho presentate in modo diverso e muovono in una direzione che va all’opposto di quella che mi è parso di vedere indicata dall’articolo di Repubblica. Per me, la Bibbia “ha ragione” non perché gliela danno i cocci ma per “le parole” con le quali si rivolge a me per aiutarmi a capire prima di tutto me stesso, poi gli altri, poi il mondo in cui vivo fino ad arrivare a capire che tutto ciò non ha senso se non faccio ricorso a Dio. Per essere ancora più chiaro, io accetto la Bibbia per le indicazioni che mi offre per costruire una società più umana di quella che siamo riusciti a mettere in piedi nel corso dei secoli ispirandoci a idee opposte a quelle suggerite dalle pagine che formano quelli che noi chiamiamo Antico e Nuovo Testamento (tutti e due “insieme” sono per noi cristiani “la Bibbia”). Il rifiuto verso questa società, che sta aumentando in modo preoccupante, dimostra il fallimento completo dell’ideologia soggiacente ad impostazioni di vita disumane che ci hanno reso infelici. Anche se qualcuno si dichiara “contento” anche se “mazziato”, come si dice da qualche parte con un’espressione più completa. Sono convinto che “la Bibbia è vera” perché mi indica un modo di vivere che può rendere felice “me e gli altri” e non solo “me, a dispetto degli altri”. Mi meraviglia che i giovani, contestatori nati, non si buttino come Geremia a nutrire le proprie idee con quelle indicate nelle pagine bibliche e non ce le mettano tutta per cambiare in meglio questa società che giustamente definiscono marcia. Ma qui il discorso si complica perché coinvolge noi adulti che spesso abbiamo presentato come insegnamento della Bibbia quello che la Bibbia non dice. E sì, perché la Bibbia va scavata come un sito archeologico per farne emergere i tesori che contiene e che vuole mettere a nostra disposizione. Ma per scavarla così ci vuole fatica, impegno, costanza, scienza, sudore, fiuto buono, accortezza per saper diffidare delle “bufale” sempre in agguato. L’immagine dello scavatore non è mia: l’ho presa in prestito da Gesù che parla di uno che ha trovato un tesoro in un campo, ne intuisce il valore, vende tutto ciò che possiede per comperare quel campo e impadronirsi del tesoro. A quei tempi le leggi dello stato erano diverse dalle nostre che considerano “tombaroli” quelli che fanno più o meno quello stesso lavoro. Ma attenzione! Anche in questo settore ci sono i falsari, a volte molto bravi. Ecco perché ho inserito il fiuto buono e l‘accortezza tra le virtù di un buon archeologo. Ma forse vale la pena di dedicare un altro post a questo argomento.

venerdì 16 maggio 2014

LA BIBBIA E LA STORIA

QUANDO SI SCOPRE L’ACQUA CALDA Questa volta è toccato a la Repubblica scoprire e presentare come una grande novità quanto si sapeva e si diceva (anche se in modo meno sensazionalistico) da parecchi decenni, se non secoli, a proposito della storia raccontata nella Bibbia. Lasciar capire che l’intervista all’archeologo israeliano Zeev Herzog, ripresa dal quotidiano Haaretz, era uno scoop recente è stato il tranello teso ai lettori per giustificare il titolo che prometteva rivelazioni sensazionali: “Da Gerico a Re Salomone la Bibbia smentita dagli archeologi israeliani”. Qualcuno è andato a spulciare i giornali e ha scoperto che l’intervista risale al 1999. Ma anche a quella data, la notizia non aveva niente di straordinario, se non la volontà di colpire la fantasia dei lettori comuni abituati a ripetere i soliti stereotipi riguardanti la Bibbia, senza averne una conoscenza diretta. Lo scoop taroccato di quella che è considerata da molti la “bibbia laica”, mi ha fatto ripensare ai miei studi biblici iniziati a Roma negli anni 60 e conclusi (temporaneamente) a Gerusalemme nel fatidico 1967. Già allora ci insegnavano quelle cose esplosive ma ci aiutavano anche a capire come funzionava la comunicazione del sapere nel mondo antico che non era soltanto il piccolo popolo ebraico, ma comprendeva grandi imperi come l’Egitto, l’Assiria, Babilonia, la Persia e perfino la Grecia e Roma. In altre parole, e continuando nel paragone delle bombe, ci spiegavano come erano state costruite per poterle maneggiare senza pericoli di sorprese sgradevoli sia per chi le aveva in mano come per il malcapitato a cui erano destinate. In questi lunghi anni di insegnamento ho sempre cercato di fare il mio mestiere di “artificiere biblico” approfondendo sempre di più la conoscenza degli ordigni pericolosi che dovevo consegnare a mani inesperte, per evitare deflagrazioni tragiche. Non volevo nascondere chi sa quali segreti, o mantenere nell’ignoranza le masse bigotte. Semplicemente mi preoccupavo di “costruire” le fondamenta della fede sulle basi solide che mi offriva la Bibbia, a patto di capirla per quello che diceva e non per quello che si credeva dicesse. Perché, siamo sinceri, molti di quelli che affermano che la Bibbia racconta solo storielle inventate, lo dicono “contro” la fede cristiana che vorrebbero eliminare dalla società per poterla costruire secondo i propri gusti, spesso degeneri e perversi. O forse lo dicono senza aver studiato seriamente quei testi, che vengono liquidati con una battuta da saccenti. A questo proposito mi viene in mente la battuta che circolava tra gli archeologi qualche anno fa riguardo ai loro colleghi israeliani. Si diceva allora, che quelli ritrovavano i cocci che loro stessi avevano sepolto, per dare un appoggio scientifico alle pretese di una storia addomesticata. Ora seguirebbero il metodo opposto per liberarsi dal peso di una bugia rivelatasi controproducente? È una cattiveria, ne sono cosciente e ne chiedo anche scusa. Ma per dirla tutta, questa è la verità “storica”. Che mi ha spinto a rivedere la mia lunga carriera di insegnante proprio sul modo con cui avevo presentato il problema della storicità della Bibbia. A partire da quanto avevo studiato all’Istituto Biblico ho sempre cercato di introdurre gli allievi ad una conoscenza critica dei testi biblici evitando letture ingenue e semplicistiche ma anche rifiutando di ridurre la Bibbia ad una raccolta di favolette per bambini. Mi sembravano due approcci antiscientifici, anche se il secondo andava di moda ed era presentato da nomi illustri (o fatti passare per tali) con tanto di tam tam mediatico. A dimostrazione di quanto ho affermato invito a leggere gli articoli che ho pubblicato su questo blog, in tempi non sospetti, dopo che erano apparsi sulla rivista della Diocesi di Viterbo. Segnalo solo alcuni titoli che affrontano direttamente il tema di cui stiamo discutendo e che tutti potranno leggere per rendersi conto di come si può aiutare un lettore sprovveduto a capire il significato di un testo antico, non solo della Bibbia. La Bibbia e la storia; La Bibbia e la storia del Nuovo Testamento; Dio parla nella Bibbia: come?; Il popolo eletto; Alla ricerca di Davide; Quando è stata scritta la Bibbia?; La Bibbia è rivelata?; Evoluzionismo e Bibbia; Tremila anni fa; Impariamo a leggere. Fino all’ultimo post che ho pubblicato alla fine di marzo. Naturalmente potrei citare altre pubblicazioni sullo stesso argomento e che seguono lo stesso metodo, per giustificare il titolo che ho dato a questa pagina: la Repubblica ha proprio scoperto l’acqua calda! Ma noi biblisti la facevamo già scorrere in abbondanza da decenni. Se non era giunta in via Cristoforo Colombo era un problema che riguardava quel palazzo che dovrebbe far controllare il suo impianto idrico. Se questo non funziona, non è a causa dei biblisti e non è nemmeno giusto allarmare tutta la popolazione d’Italia con un titolo a sensazione che riflette il disagio di un gruppo di “intellettuali” in cerca di un consenso più ampio alle loro idee. È una questione di buon senso, oltre che di buon gusto. Per confermare quanto ho affermato, pubblico un altro articolo che ho scritto nel 2004 proprio sul tema specifico del rapporto tra Bibbia e storia (LA BIBBIA: TUTTE STORIE?) e che invito a leggere.

domenica 11 maggio 2014

LA BIBBIA: TUTTE "STORIE"?

CONOSCIAMO LA BIBBIA

LA BIBBIA: TUTTE “storie”?

Ho ripreso il titolo dal mensile “Selezione” del mese di luglio di quest’anno (pag. 50), ma con una leggera (proprio leggera?) modifica: il punto interrogativo là si trova dopo “Bibbia”.
Evidentemente il significato della domanda cambia in modo radicale. Per Selezione i racconti della Bibbia sono tutte “storie” nel senso di invenzioni, frutto di pura fantasia. L’articolo che segue vuole essere la spiegazione di un’affermazione che ha fatto sobbalzare molti lettori, abituati a considerare la Bibbia come fonte sicura non solo di fede ma anche di ogni tipo di conoscenza.
Il nostro titolo si pone la domanda in modo più problematico e, vorrei dire, più serio. Ci chiediamo se tutto ciò che è contenuto nella Bibbia sia da considerarsi frutto di fantasia o se invece non vi siano degli elementi che hanno legami solidi con la storia, con le scienze naturali o umane, con le letterature degli altri popoli di quell’epoca antica.
L’occasione per l’articolo di Selezione è stata fornita da un volume scritto da Mario Liverani, docente presso l’Università La Sapienza di Roma, dal titolo “Oltre la Bibbia”. Il volume è diviso in due parti. La prima ricostruisce l’ambiente e la storia del Vicino Oriente Antico a partire dai dati forniti dalla ricerca storica e archeologica, ed è intitolata: Una storia normale. La seconda parte è messa sotto il titolo: Una storia inventata. Il contenuto di questa parte è quasi unicamente desunto dalla Bibbia e riguarda le vicende dei Patriarchi, la conquista della Terra promessa, la monarchia, il tempio, la Legge. Ognuno di questi argomenti è sempre preceduto dalla parola: invenzione.
L’accostamento delle due parti spinge inevitabilmente il lettore alla conclusione sintetizzata nel titolo dato da Selezione: La Bibbia? Tutte “storie”.
Dopo aver letto il libro di Liverani e lo stesso articolo del mensile, devo dire che le affermazioni dello studioso di storia non sono poi così generalizzate come sembrerebbe. Chi conosce la Bibbia sa benissimo che è composta di diverse sezioni e che i libri cosiddetti “storici” costituiscono soltanto una parte della Scrittura sacra. Ci sono anche i libri dei profeti e quelli cosiddetti “sapienziali”. Liverani considera “inventati” soprattutto quelli catalogati come “storici” mentre riconosce valore testimoniale agli altri che spesso cita come fonti autorevoli di notizie.
Ma dall’articolo di Selezione si ricava un’impressione a dir poco disastrosa, quando si leggono a chiare lettere affermazioni del tipo: “leggende sui Patriarchi”, “l’invenzione della conquista”, “Saul, Davide e Salomone possono essere esistiti”, “Mosè è leggenda, e anche relativamente tardiva”.
Purtroppo i lettori di Selezione non andranno tutti a consultare il ponderoso volume (510 pagine) di non facile lettura e rimarranno con l’impressione (non giustificata) lasciata dall’articolo.
Ma anche chi si avventura a leggere il testo in questione non riuscirà facilmente a sottrarsi a forti dubbi sulla credibilità della Bibbia suscitati dall’impostazione data dal Liverani al suo lavoro. In realtà i dubbi dovrebbero essere spostati proprio sul libro in questione.
La contrapposizione delle due parti, tra storia “vera” e storia “inventata” non è fatta su basi scientifiche ma ideologiche. L’interpretazione dei testi biblici su cui Liverani fonda le proprie argomentazioni spesso è frutto di supposizioni ricavate da ragionamenti di tipo sociale. Soprattutto si ha l’impressione che l’autore ignori, o trascuri coscientemente, gli aspetti letterari che sono alla base dei testi biblici.
Affermare che questi racconti sono stati inventati (proprio nel senso di creati dal nulla) per giustificare particolari situazioni di rapporto con altre popolazioni, nel secolo V-IV a. C. significa non tener conto delle caratteristiche letterarie dei racconti. Oggi gli esegeti concordano che la stesura definitiva dei testi biblici è da ricondursi all’epoca indicata da Liverani e forse anche ad epoca più recente. Ma la lettura attenta dei testi rende evidente la presenza di elementi narrativi molto più antichi del tempo in cui i testi che li inglobano hanno assunto la loro forma attuale. E spesso si tratta di particolari in contrasto con le leggi vigenti allora, o di comportamenti desueti che avrebbero potuto creare disagio ai lettori se non fossero già appartenuti ad una lunga tradizione orale che li aveva, in qualche modo, resi innocui.
Chi inventa di sana pianta una storia, pur con le migliori intenzioni di questo mondo, non crea difficoltà nei lettori ma cerca di evitare ogni elemento fuorviante dal raggiungimento dello scopo che si propone. Non è questa la situazione letteraria dei racconti sui Patriarchi, né su quelli riguardanti Mosè, né su quelli della conquista, né sul periodo dei Giudici, tanto meno sulla storia di Davide e di Salomone. Questi racconti sono pieni di contraddizioni, di ripetizioni, di presentazioni negative dei protagonisti affiancate ad esaltazioni elogiative degli stessi personaggi.
Strano modo di inventare storie a sostegno della propria ideologia, fornendo agli avversari che si vorrebbero combattere argomenti formidabili contro le proprie tesi! Che si siano raccolte tradizioni antiche per rinsaldare l’unità nazionale e spiegarne le origini non significa che tutto ciò sia nato dal nulla. Il materiale raccolto esiste, e sono i libri della Bibbia. La spiegazione che Liverani suppone per la loro origine ci sembra poco probabile e inaccettabile.
Segnalo, a conclusione, una lunga recensione molto severa (quasi una stroncatura) pubblicata su una rivista scientifica specializzata in studi storico-filologici sull’ebraismo, pubblicata dall’Università di Torino, a firma di A. Rofé di Gerusalemme, che evidenzia molti punti deboli del libro di Liverani insieme a diverse inesattezze.
Con questo non si vuol dire che i racconti biblici vadano presi come verità storica assoluta e nemmeno che le tradizioni, solo perché antiche, siano certamente vere. Ho voluto solo richiamare ad un senso critico serio che prescinda, per quanto possibile, da impostazioni ideologiche che, ahimè, hanno condizionato pesantemente il nostro testo per confessione esplicita dell’autore. Proprio nell’ultima pagina del volume, egli afferma: “Questo libro è stato scritto nel 2001-02, da un autore nato nel 1939 e la cui metodologia storica si è formata negli anni 1965-75. Sarebbe diverso se queste date slittassero indietro o in avanti di cinque o dieci anni”.
Chi ricorda che cosa significano le date indicate può avere un riferimento preciso per inquadrare l’ideologia soggiacente al libro di Liverani. Il ’68 è finito da un pezzo, ma le sue conseguenze perdurano ancora e producono frutti che oggi definiremmo ogm (organismi geneticamente modificati).
Giovanni Boggio